NADIA GUERROUI

BLINK

06.05.2017 – 21.05.2017

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In Nadia’s work, the procedure of getting into the visible takes its place in the question of blur: «Might the blur be the length of the typographic dash or the clarity of its bounderies?” . Her work always concerns the melting of matter, object and subject. The image is the consequence of the medium, the medium takes shape thought the gesture, and the gesture is crystallized in the image. This complexity (i. e. weaved together) describes the possibility of a space where to get in, and simultaneously the take over of this virtual space into the actual exhibition space. So the space gets loaded, like a battery. The different polarities, which can be reduced to an elementary positioning in space as well as a simple gesture of water on a paper format, put the space in tension to draw an «immaterial zone of pictural sensibility” — oniric. Indeed Nadia implements the transit to an other space, the oniric one. What interest us here is the blur —as explained earlier, delineated by and simultaneously that delineates the limits between real space and oniric

space.

 

blink

 

There is an end. Or at least it is a story that left traces in many civilizations. The end of everything. We built bunkers in the hope of survival. Bunker as a shelter for the most frightening and imaginable event. What if there is nothing left? A place where we will go if there is nothing left after us. What if there is a rare bird? We wouldn’t be sure he exists. We would look for it, trying to grasp proofs of its existence. This bird as this feeling of freedom and consciousness that would inhabit us if the instants left were rare and precious. We would be touched by every sunbeam as if it could be the last of that kind. The last highlighting a situation and a scenery this exact same and particular way. Everything the light touches is yours.

Nell’opera di Nadia, il passaggio verso ciò che è visibile si pone in una fase indistinta, sfocata: «L’indeterminatezza può forse essere la lunghezza del trattino tipografico o la chiarezza dei suoi confini?” L’opera di Nadia è sempre incentrata sullo scioglimento di materia, oggetto e soggetto. L’immagine è la conseguenza del mezzo, il quale prende forma attraverso il gesto, cristallizzato nell’immagine. Questa complessità (l’intreccio di questi concetti) descrive la possibilità di uno spazio in cui penetrare e, allo stesso tempo, il sopravvento di questo spazio virtuale all’interno dell’effettivo spazio espositivo. In questo modo, lo spazio viene caricato, come una batteria. Le diverse polarità, che possono ridursi a un elementare posizionamento nello spazio e a un semplice gesto d’acqua su carta, tendono lo spazio per tracciarvi una «zona immateriale di sensibilità pittorica” — la zona onirica. Nadia compie realmente la transizione verso un altro spazio, quello del sogno. Ciò che a noi interessa, qui, è la dimensione indistinta, che delinea i limiti fra spazio reale e spazio onirico, che a loro volta la delineano.

Incentrato sulla materia plasmata dal proprio ambiente, questo progetto inaugura una temporalità al rallentatore, e una contemplazione che invita alla transizione verso un altro spazio. Le materie utilizzate sono ridotte all’essenziale e caratterizzate da un aspetto minimalista. Tuttavia, l’utilizzo di fogli trasparenti piegati e appoggiati in terra, di stoffe e di pannelli neri e satinati, diventano i supporti dell’esperienza percettiva: identità, disposizione e solidità diventano pertanto ambigui. Attraverso la mia interazione con il supporto, miro all’autocontrollo e alla riservatezza, con un gesto minimo. Particolare attenzione viene riservata alla materia, il cui grado di trasformazione flirta con il quasi nulla: un posizionamento nello spazio, l’angoscia delle distanze e dei movimenti, oppure il colpo che sfiora il supporto senza aggiungervi o sottrarvi alcuna molecola. Questo tentativo di economia del gesto sonda le modalità di esistenza nonché il limite di questo oggetto–materia che diventa opera. Sono indispensabili numerosi punti di vista per comprendere la stessa opera, che può essere animata solo attraverso lo spostamento dello spettatore. L’ambiente acquista la stessa importanza dell’oggetto plastico. Il concetto riguarda l’esperienza fisica dell’oggetto e l’esplorazione del limite esterno della percezione. Lo spettatore assorbe tanto quanto viene assorbito.

blink

C’è una fine. O, perlomeno, una storia che ha lasciato traccia di sé in numerose civiltà. La fine di tutto. Abbiamo costruito dei bunker nella speranza di sopravvivere. Il bunker come rifugio, in caso di eventi spaventosi e inimmaginabili. E se non restasse più nulla? Un rifugio dove andare se non restasse nulla dopo dinoi.
E se ci fosse un uccello raro? La sua esistenza sarebbe incerta. Partiremmo alla sua ricerca, per trovare la prova della sua esistenza. Un uccello che diventa metafora di libertà e di consapevolezza negli ultimi istanti rari e preziosi. Saremmo toccati da ogni raggio di sole come se fosse l’ultimo. L’ultimo a illuminare questa situazione, con la sua carezza particolare. Tutto ciò che la luce tocca è vostro.

Focalisé sur la matière façonnée par son environnement, ce projet initie une temporalité au ralenti et une contemplation qui invite au passage vers un espace autre. Les matières mises en œuvre sont réduites à l’essentiel et se caractérisent par un aspect des plus minimal. Cependant, quelques feuilles de calques pliées et posées au sol, des fibres, ou encore un carton plume noir et satiné se révèlent des supports d’expériences perceptives : identité, habilité et solidité deviennent ainsi ambiguës. Par mon interaction avec le support, je vise à la retenue et à une mise en retrait se caractérisant par un geste infime. Un regard attentif est posé sur la matière, dont le degré de transformation flirte avec le presque-rien : un positionnement dans l’espace, l’appréhension de distances et de mouvements, ou encore le coup qui effleure le support sans lui ajouter ou lui soustraire de molécule. Cette recherche d’’économie du geste questionne donc le mode d’existence et la limite de cet objet-matière qui devient œuvre. Plusieurs points de vue sont indispensables pour appréhender la même pièce, qui peut seulement être animée par le déplacement du spectateur. L’environnement acquiert autant d’importance que l’objet plastique. La proposition réside dans l’expérience physique de l’objet et l’exploration de la limite extérieure de la perception. Le spectateur absorbe autant qu’il est absorbé.

blink

Il y a une fin. Ou c’est tout du moins une histoire qui a laissé des traces dans de nombreuses civilisations. La fin de tout. Nous avons construit des bunkers dans l’espoir de survivre. Le bunker comme un abri face au plus effrayant et inimaginable des événements. Et si `il ne restait plus rien ? Un refuge ou l’on irait si` il ne reste plus rien après nous. Et si` il y avait un oiseau rare ? Son existence serait incertaine. Nous partirions à sa recherche, en quête de preuves de son existence. Cet oiseau comme ce sentiment de liberté et de conscience qui nous habitérais si les instants restants seraient rares et précieux. Nous serions touches par chaque rayon de soleil, comme si c’etait le dernier semblable. Le dernier à illuminer cette situation, de cette caresse si particulière. Tout ce que la lumière touche est à toi.